Negli ultimi mesi assistiamo con crescente preoccupazione a una progressiva normalizzazione dell’islamofobia nel dibattito pubblico, alimentata da alcune voci mediatiche e politiche. In un clima politico sempre più polarizzato, sta prendendo forma una campagna che utilizza l’Islam e le comunità musulmane come terreno di scontro, costruendo una rappresentazione allarmistica e distorsiva che rischia di produrre conseguenze gravi sulla coesione sociale del Paese.
Questa deriva si traduce sempre più spesso in una vera e propria stigmatizzazione collettiva, “una caccia al musulmano”: processi mediatici sommari contro comunità islamiche, luoghi di aggregazione e figure religiose e civili. Episodi che non sono più sporadici, ma delineano un meccanismo ricorrente: normali attività religiose, educative e formative vengono presentate come potenziali minacce, alimentando sospetto e ostilità nell’opinione pubblica.
Ne nasce un racconto pericoloso che trasforma la vita ordinaria dei centri islamici in un falso “allarme sicurezza”, colpendo in particolare imam e referenti impegnati nel dialogo, nella formazione e nel confronto con le istituzioni e la società. È una strategia che non rafforza la sicurezza: punta piuttosto alla delegittimazione e all’isolamento, alimentando fratture sociali.
Qui non è in gioco una semplice polemica. È in gioco il percorso di dialogo, fiducia e coesione costruito negli anni. Colpire chi dialoga significa indebolire gli anticorpi sociali e favorire chi lavora per la chiusura e la contrapposizione, in aperta contraddizione con i principi di convivenza democratica.
L’UCOII ribadisce che servono due elementi imprescindibili: fermezza contro l’odio e metodo. Le eventuali verifiche devono essere svolte nelle sedi competenti, secondo lo Stato di diritto, e non attraverso processi mediatici sommari. Se passa l’idea che praticare liberamente la propria religione sia una colpa, domani sarà il dialogo stesso a essere messo in discussione.
Chiediamo pertanto iniziative chiare e tempestive da parte delle istituzioni competenti affinché siano tutelate le comunità islamiche, i loro luoghi di aggregazione e i loro rappresentanti, prima che l’odio islamofobo si traduca in episodi di intimidazione o violenza.
In particolare, chiediamo:
• un contrasto effettivo al l’islamofobia, a minacce, alle intimidazioni e al hate speech contro luoghi di culto e figure religiose e civili;
• il coinvolgimento stabile di Prefetture e amministrazioni locali in tavoli territoriali di prevenzione e gestione delle tensioni;
• un richiamo pubblico al principio di responsabilità individuale, evitando generalizzazioni e sospetti collettivi sull’Islam;
• un linguaggio istituzionale e mediatico responsabile, basato su fatti verificabili e non su insinuazioni.
Rivolgiamo inoltre un appello alla società civile, al mondo religioso, alla politica e ai mezzi di informazione: è responsabilità di tutti arginare la radicalizzazione dell’odio, ristabilire un linguaggio pubblico sobrio e responsabile e contribuire alla tutela della coesione sociale.
Il Presidente dell’UCOII, Yassine Baradai, dichiara:
“Non accetteremo che l’odio islamofobo venga normalizzato né che intere comunità siano trascinate in sospetti collettivi per convenienza politica o mediatica. La sicurezza si difende con fatti, responsabilità individuali e Stato di diritto — non con generalizzazioni e processi sommari. L’Italia ha bisogno di coesione: colpire chi dialoga indebolisce tutti. Noi continueremo a lavorare con trasparenza, nel rispetto delle leggi e della Costituzione. È necessaria un’azione immediata dello Stato prima che l’odio si trasformi in tragedia.”
L’UCOII continuerà a operare con responsabilità e trasparenza, nel rispetto delle leggi e dei valori costituzionali, per difendere i diritti delle comunità musulmane e contribuire a una società più giusta, sicura e unita. Ribadiamo inoltre la disponibilità, già più volte manifestata, a definire un’Intesa ai sensi dell’art. 8 della Costituzione, come strumento di tutela, trasparenza e piena collaborazione istituzionale.

